Dal 72° al 75° quattromila16 agosto 2025 · Monte Bianco
Integrale del Brouillard: gratitudine & emozione
La traccia
Distanza e dislivello secondo le tracce Strava; profilo tracciato dal GPS. Passa sopra la mappa o il profilo per individuare un punto lungo la traccia.
I dati
Dal 16 luglio (partenza 5:27) al 18 luglio 2025 (arrivo 10:01) · 2 notti — Bivacco senza tenda, Refuge du Goûter
Vette & itinerario
Le vette
Giorno per giorno
- G1Val Veny > colle del Brouillard > Punta Baretti > bivacco
- G2Mont Brouillard > colle Émile Rey > Picco Luigi Amedeo > Monte Bianco di Courmayeur > Monte Bianco > rifugio del Goûter
- G3Discesa fino a Les Houches
Compagni di cordata
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Relazioni e riferimenti
Il racconto
Tantissime emozioni al termine di questi 3 giorni. Un'avventura unica che ci avrà segnati per sempre tutti e quattro. Un'avventura in cui l'amicizia e la solidarietà hanno permesso di affrontare la vertigine della morte.
L'Integrale del Brouillard, un itinerario mitico che parte dalla Val Veny italiana e risale la cresta del Brouillard dalla sua base fino alla vetta del Monte Bianco. L'itinerario segue una cresta estremamente estetica, ma anche estremamente marcia e friabile, su roccia sgretolata praticamente per tutto il percorso. L'itinerario è quindi leggendario per l'impegno che offre e per la severità assoluta dei luoghi, ma l'arrampicata — senza mai essere molto tecnica — è il più delle volte delicata ed esposta.
Situata nel cuore del versante italiano del Monte Bianco, offre, con le sue vicine dell'Innominata e del Peuterey, LA salita di cresta grandiosa per eccellenza, che invita all'ascensione chiunque abbia un giorno posato lo sguardo sui loro rilievi.
Mentre la mia impresa dei 4000 si avvicina al termine, Brouillard e Peuterey sono gli ultimi grossi nodi problematici. Trovare condizioni accettabili è diventato un rompicapo, e quando le condizioni ci sono diverse cordate colgono l'occasione e aggiungono una componente raramente benvenuta — pericolo accresciuto di scariche di sassi e posti da bivacco più contesi. A metà luglio, con Marc-Henri e Anthony avevamo fatto un tentativo sul Peuterey, tentativo che ci aveva spinti al limite e sottoposti a un'esposizione che superava il livello di impegno e di pericolo a cui potevamo acconsentire. Il dietrofront a pochi metri dalla vetta era stato moralmente molto duro, ma si era imposto viste le circostanze.
Un mese dopo, le condizioni sembrano di nuovo interessanti. La cresta è asciutta, il meteo molto stabile, l'unico grosso problema è lo zero termico molto alto e le scariche di sassi che comporta. Per una settimana, tutti i miei pensieri sono rivolti a questa cresta del Brouillard: studio ogni punto, chiamo conoscenti, rifletto su ogni parametro mentre sono lontano dalle montagne. Una squadra viene formata, i preparativi sono avviati, e si decide di lanciarsi sabato all'alba nell'integrale.
Ne approfitto per ringraziare Adrien e William per le loro rispettive relazioni eccellenti e minuziose, che ci sono state entrambe di grande aiuto nella preparazione della salita. Grazie a voi, e congratulazioni per le vostre belle realizzazioni: tra il single push e la salita riuscita con la spalla in pessime condizioni, non possiamo che salutare la vostra audacia.
Desidero anche ringraziare Nicolas B. per i suoi preziosi consigli, il suo sguardo esperto sulle strategie previste e la sua benevola attenzione nei miei confronti.
Dopo una sveglia in piena notte e una strada verso l'Italia, eccoci all'attacco già alle 5:30 per iniziare questa famosa integrale del Brouillard. Ci siamo. Tutti i pianeti sembrano finalmente allineati: condizioni favorevoli e compagni di cordata al top. Sappiamo che ciò che ci aspetta è immenso, ma l'energia e la dinamica di gruppo non potrebbero essere migliori.
La prima giornata consisterà nel risalire il famoso «chilometro verticale infame» di pendii erbosi, seguito ancora da quella lunga cresta rocciosa di qualità spesso molto dubbia, con la sua moltitudine di gendarmi, torri, cenge, disarrampicate ecc. Abbastanza presto superiamo una cordata di 3 italiani partiti all'1 del mattino. Scorgiamo in lontananza altre 2 cordate a cui ci avviciniamo, per poi tenerle sempre sott'occhio senza superarle — progrediamo in modo efficace ma ci fermiamo a ogni occasione propizia per rifare scorta d'acqua. Sappiamo quindi che ci sono almeno 4 persone davanti a noi (tra cui una cordata con guida) e 3 persone dietro. È tanto, bisognerà essere estremamente vigili e attenti gli uni agli altri. Dopo una decina di ore di progressione, arriviamo a un luogo di bivacco che ci sembra adatto, subito dopo aver superato la Punta Baretti, dove si trovano già M. e V., una coppia di francesi. Questa prima giornata ci avrà visti fornire un grosso sforzo su un terreno già molto arrampicatorio, e siamo ben contenti di poter distendere e riposare i nostri corpi provati. La quota picchia, e conto su queste poche ore di riposo per ricaricare le batterie vista la giornata che ci aspetta.
La sera, mentre il sole tramonta, vediamo apparire in vetta alla Punta Baretti dietro di noi la cordata dei 3 italiani che avevamo superato di buon mattino. Invece di calarsi in doppia lungo la cresta, si impegnano sul versante lato Brouillard. Nonostante i nostri richiami e le nostre grida, sembrano seguire dei cordini, verosimilmente lasciati da altre persone che si erano sbagliate… È tardi, sono in una situazione pericolosa, chiaramente fuori itinerario, e siamo molto preoccupati per loro. Chiamiamo i soccorsi per informarli della situazione e lanciare un pre-allarme, affinché siano pronti a intervenire in caso di bisogno.
Per fortuna non sarà necessario, e un'ora dopo la cordata se la cava e ci raggiunge. Per tutta una serie di ragioni, la cosa ci preoccupa: gli italiani hanno impiegato 20 ore per salire il tratto di questa prima giornata (il doppio del nostro tempo), arrivano completamente distrutti dalla fatica in un bivacco già piuttosto angusto con 6 persone che erano pronte a dormire da tempo, e potrebbero metterci seriamente in pericolo l'indomani se partissero prima di noi nei tiri del colle Émile Rey. Mi prendo il tempo di parlare con loro e di mostrarmi accogliente: sono gentili, riconoscenti, ma sento che qualcosa non va. Una brutta intuizione, come l'impressione che non siano nel posto giusto. Zaini decisamente troppo pesanti, errori di percorso, orari saltati, una comunicazione carente tra loro — li avevamo sentiti gridare più volte durante la giornata, il che non è mai sinonimo di serenità in alta montagna. Faccio loro un po' di posto, esco dal sacco a pelo per porgere loro un blocco di ghiaccio, e cerco di mostrarmi rassicurante. Raccomando loro soprattutto di riposarsi bene, e propongo partenze scaglionate per l'indomani: noi metteremo la sveglia alle 4, la cordata di M. e V. alle 4:30, e loro potrebbero seguire dopo un riposo più che necessario.
Dopo una notte fiabesca a 4000 m di altitudine con un cielo ora stellato, ora vero balletto di nuvole danzanti, la sveglia suona alle 4. Il riordino e la colazione si fanno a tutta velocità nel freddo pungente, e partiamo rapidamente verso il seguito dell'itinerario. Molto presto propongo di tirare fuori le corde. Il giorno prima abbiamo arrampicato per ore e ore senza corda, il che sembrava ragionevole e accettabile visto il livello del gruppo, ma adesso che siamo nel buio totale su queste creste tra arrampicata e disarrampicata, l'intuizione mi dice che progredire slegati sarebbe una sciocchezza. Étienne e io formiamo una cordata, Anthony e Alexandre un'altra. La progressione diventa meno rapida ed efficace, ma è il prezzo della sicurezza.
Raggiungiamo il Mont Brouillard, secondo 4000 della cresta. Scendiamo la sua cresta nord, per ritrovare davanti a noi la cordata accompagnata dalla guida, all'attacco dei famosi tiri del colle Émile Rey. Questo passaggio è il punto chiave della cresta: arrampicata più tecnica, roccia pessima, e una parete sovrastante che rischia di riversare tutta la sua mitraglia una volta sorto il sole. Bisogna arrampicare con infinita precauzione per non far partire sassi sulle eventuali cordate sottostanti.
Sfortunatamente per noi, la situazione si rivelerà presto catastrofica, e subiremo scariche di sassi spaventose all'inverosimile in piena arrampicata. Già dal secondo tiro siamo in piena parete e i proiettili piovono intorno a noi. Il momento è davvero orribile, bisogna schiacciarsi contro la parete, pregare e aspettare che passi. La tensione è enorme, vedo sassi della grandezza di una pallina da tennis e a volte di un pallone da calcio sfrecciare a pochi centimetri dalla testa di Étienne rannicchiato contro la roccia. Chiedo notizie sotto alla cordata di Anthony e Alexandre, così come a M. e V. con cui ci eravamo coordinati per le partenze. Cerchiamo di proteggerci meglio che possiamo, ma è infernale. Tocca a me lanciarmi in un diedro che incanala un sacco di scariche: stringo i denti, non guardo in alto e vado. Un sasso arriva a tutta velocità sul mio piede, dolore sopportabile, un altro in pieno sul casco mi fa barcollare e mi colpisce le mascelle, tanto l'urto è intenso, urlo come per espellere questa tensione insostenibile. Mi metto al riparo, e allora si sente dietro di me un fracasso spaventoso: giro la testa e vedo un corpo scendere a una velocità vertiginosa la parete di roccia e ghiaccio, proprio sotto il Mont Brouillard. È la prima volta che vedo qualcuno cadere in montagna, sono sbalordito, completamente sotto shock. Tutto è andato così veloce, cerco di capire, di lasciare spazio all'analisi piuttosto che all'emozione.
Chiamo immediatamente i soccorsi, mezzo in lacrime. È uno degli italiani della sera prima. Sono partiti presto, non si sono legati ed erano di nuovo in un canale marcio invece di restare sulla cresta. Quello che progrediva per primo è caduto, e nel giro di pochi secondi si è ritrovato a scivolare trascinando con sé un sacco di sassi lungo la sua traiettoria. In quel momento mi dico che è gravissimamente ferito, come incapace di rassegnarmi all'idea della morte di un uomo sotto i miei occhi. Imploro i soccorsi di fare presto, riattacco, raggiungo Étienne alla sosta. Siamo scossi entrambi, davvero scossi. Nel giro di pochi minuti abbiamo sentito la morte fischiare a pochi centimetri dalle nostre orecchie, e l'abbiamo vista a pochi metri sotto i nostri occhi.
L'emozione è immensa, tra le scariche di sassi che ci hanno bombardati e vedere un uomo precipitare. Da quel momento ci sforziamo di avanzare con estrema precauzione, assicurando ogni movimento, testando ogni appiglio, ogni appoggio. Per lunghe ore continuiamo la nostra salita con in sottofondo il rumore degli elicotteri e delle squadre di soccorso alla ricerca dell'alpinista. Dopo un certo tempo, il corpo del defunto viene recuperato in basso sul ghiacciaio, e gli altri due italiani vengono evacuati dalla cresta. La cordata della guida che era davanti a noi e ci ha mandato tutte le pietre è ormai molto avanti, e scegliamo di progredire insieme, le altre 3 cordate (noi 4 + i francesi), per non metterci in pericolo. Questo richiede moltissima concentrazione e tempo, ma riusciamo ad avanzare garantendo la sicurezza di tutti e 6.
Arrivati al Picco Luigi Amedeo, abbiamo finalmente una visuale sul Monte Bianco, dove culmina la cresta. Ci vorrebbero ancora dalle quattro alle sei ore per raggiungerlo secondo la relazione. L'emozione è grande in ognuno di noi, ma sappiamo che non possiamo ancora darle troppo spazio, non prima di essere usciti dalle difficoltà.
La cresta è effettivamente interminabile: sempre nuovi risalti, nuove difficoltà... Essere in 4 permette di ripartire il carico mentale e di poter allentare di tanto in tanto tutta questa pressione alternandoci da capocordata. Superiamo il Monte Bianco di Courmayeur, tradizionale abbraccio, poi proseguiamo con qualche brutto pendio di ghiaccio per raggiungere il colle Major. Sappiamo che significa la fine delle difficoltà.
Arriviamo in vetta al Monte Bianco dopo 12 ore di salita, e l'emozione trabocca sulla concentrazione che occupava tutti i nostri pensieri fino a quel momento. Una chiamata al rifugio del Goûter per avvisarli che usciamo dal versante italiano del Monte Bianco. Un'ora e mezza dopo, posiamo zaini, ramponi, imbraghi, e ci scambiamo sguardi e un abbraccio che dicono la nostra gratitudine reciproca e il sollievo di ciascuno.
L'indomani mattina, sveglia presto e discesa a valle. Una volta superato il famoso couloir del Goûter, insignificante dopo il vissuto di questi ultimi due giorni, è il momento di ritrovare una montagna tranquilla, dolce, serena. È anche il momento di parlare insieme, poi di riflettere su tutto ciò che abbiamo vissuto.
1) La cordata. Siamo d'accordo nel dire che abbiamo fatto del nostro meglio. Che il fattore umano è stato impeccabile per tutto il tempo, con aiuto reciproco, ascolto, comunicazione, attenzione nonostante i momenti duri. Che le nostre 2 cordate hanno funzionato benissimo, e che questa progressione a 4 era affidabile e sicura. Grazie Étienne per la tua costanza, la tua calma e la tua solidità; Anthony per la tua sicurezza e la tua competenza; Alexandre per la tua resistenza e la tua energia. Grazie per questa amicizia che non ha mai vacillato su questo terreno dove tutto crollava.
2) Le condizioni. Nel complesso le condizioni erano molto favorevoli, ma la presenza della cordata davanti a noi nei tiri del colle Émile Rey ci ha messi in una situazione di pericolo alla quale non possiamo acconsentire serenamente. Noi stessi siamo progrediti con precauzione e lentezza, senza mandare sassi sulle cordate sottostanti, e comunicando ogni volta tutti e 6 per garantire la sicurezza di tutti.
3) La morte in faccia. È il grande trauma di questa salita. Vedere qualcuno precipitare, la violenza della caduta, rivedere quella scena in continuazione... Tutto questo ci richiederà tempo per essere elaborato, e per ridefinire ciascuno il nostro rapporto con la montagna. Lunedì sera non era più soltanto «l'italiano»: la stampa ci faceva sapere che si chiamava Davide Migliorino, che era insegnante e che aveva 36 anni. Ho visto il suo volto in numerosi articoli e l'emozione mi ha sommerso. Rivedo ancora il suo sorriso quando gli ho augurato la buonanotte la sera prima. Era felice di essere lì. Sfinito ma felice, vivendo pienamente la sua passione. Le mie più sentite condoglianze alla famiglia del defunto.
A titolo personale, il contrasto è destabilizzante. Da un lato un'immensa soddisfazione, una gratitudine traboccante per ciò che abbiamo vissuto: 3 giorni di solidarietà e cameratismo nel massiccio, una salita coronata dal successo sull'austero versante italiano del Monte Bianco, e il sogno di questa Integrale del Brouillard diventato realtà. Dall'altro, la vertigine della morte. L'implacabile constatazione che la montagna è pericolosa, e può in una frazione di secondo devastare delle vite.
Sta a ciascuno di noi trovare il giusto equilibrio tra audacia ed esposizione, e vivere in modo equilibrato questo amore per le montagne e l'amore per coloro che contano per noi.